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Attività culturali e manifestazioni |
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IL CASTELLO DEGLI ACAIA La Sala delle Grottesche |
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La grottesca è una decorazione pittorica molto in uso nel
corso del Cinquecento, che imitava la decorazione rinvenuta nelle Terme di Tito
e Traiano a Roma,terme che,essendo interrate, erano chiamate "grotte",
da cui il nome di "grottesca". La sala all'interno del Castello degli Acaia è stata decorata da Giovanni Caracca. L'artista fu al servizio della corte di Carlo Emanuele I dal 1590 al 1594; il Caracca era di origine fiamminga e la sua fama era legata alla sua abilità di pittore paesaggista. Al centro della volta, entro una cornice ottagonale, si trova lo stemma personale di Carlo Emanuele I: la cornice ottagonale è a sua volta inserita in un quadrato che, negli spazi triangolari posti ai quattro lati, presenta le iniziali di Carlo Emanuele I e di Caterina d'Austria, intrecciate al nodo sabaudo e sormontate da una corona ducale. Dagli spigoli e dai lati del quadrato partono dei festoni vegetali che raggiungono la cornice della volta: a metà del loro percorso questi festoni ne incontrano un altro che viene a tracciare un secondo quadrato più ampio, in modo tale che l'affresco risulta essere diviso in otto riquadri triangolari. I raccordi tra i festoni discendenti sugli spigoli della volta sono articolati da piccole cartelle che ospitano il motto sabaudo FERT, di varia interpretazione, su cui predomina quella in ricordo del leggendario eroismo di Amedeo V a Rodi: Fortitudo Eius Rhodum Tenuit. All'incontro dei quattro festoni con i lati più brevi e la cornice quadrata più ampia, si aprono come finestre su paesaggi ampi di colore verde-azzurro, su cui emergono quattro emblemi di volatili con relativo motto. Partendo dalla parete con la porta d'accesso, si trova raffigurata un'arpia ferita dalle proprie penne, trasformatesi in frecce. Il motto dice Poi che per mal oprar tanto mi giova. Le arpie sono figure mitologiche di donne che avevano il corpo di uccello: catturavano i malfattori per poi consegnarli alle erinni, le dee della vendetta, le divinità infernali. Facendo ciò le arpie agivano in realtà in ossequio alla legge morale, ma furono sempre considerate figure mostruose. Proseguendo in senso antiorario, si trova l'uccello del paradiso con il motto Sprezza la terra. L'uccello del paradiso è simbolo di leggerezza,vicinanza a Dio e distacco dal mondo. Contrario ai bei desiri è il motto che accompagna un grande uccello rapace,forse un'aquila, che affronta con difficoltà una tempesta. Il pappagallo è il protagonista del quarto emblema. Il motto dice Vorey senza parlar essere inteso (aspirazione legittima non solo nel Cinquecento!). Il pappagallo era un uccello già noto nell'antichità; giungeva dall'India e veniva protetto per la sua capacità di riprodurre le parole. Tutto il rimanente spazio bianco della volta è occupato da raffigurazioni a grottesche,dedicate agli dei del mondo antico e a episodi della loro vita. |
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